Richard Nonas

UNTITLED

2012

legno

wood

25x11,5x11

 

opera donata dall’artista e da

Work donated by the artist and by 

Galleria P420

 

 

Chi è

Nasce a New York nel 1936. Dopo gli studi in Letteratura e Antropologia (University of Michigan, Lafayette College, Columbia University e University of North Carolina) lavora per 10 anni da antropologo, sia insegnando in in U.S.A, sia direttamente sul campo in America Latina, Nord Ontario e Yukon in Canada, Messico e Sud Arizona. Alla fine degli anni ’60 dopo un intenso periodo di riflessione sul sistema accademico decide di diventare artista a tempo pieno. La prima esposizione è del 1970 nella celebre galleria 112 Greene Street, New York; in breve tempo le sue opere vengono esposte in molti spazi statunitensi e in tutta Europa. Ad oggi, ha installato ed esposto le sue opere in Francia, Svezia, Polonia, Olanda, Spagna, Norvegia, Danimarca, Austria, Svizzera, Italia, Germania, Belgio, Bosnia, Serbia, Monaco, Messico, Giappone e in molte città degli Stati Uniti. I suoi lavori sono ospitati presso le più importanti raccolte pubbliche e private del mondo come: Guggenheim Museum, MOMA e collezione Vogel, New York; Museum of Contemporary Art Los Angeles; Musée de Grenoble; Moderna Museet, Stoccolma; Collezione Panza di Biumo, Varese; Collezione Ratti, Como. Attualmente, la sua ultima esposizione personale in Italia è stata No-Water-In presso Galleria P420, Bologna (maggio 2011).

 

Cosa fa

Comincia la sua ricerca sulla manipolazione della materia verso la fine degli anni ’60 quando, dopo un’esperienza a Parigi, torna a New York nel pieno delle sperimentazioni radicali e delle trasformazioni sociali degli anni ’70, con una prima serie di lavori a terra, grandi quadrati fatti con travi in legno sovrapposte. Riguardo al suo lavoro scrive: “Mi sono ritrovato a non volere aggiungere nulla, nessun commento o spiegazione. Le mie precedenti spiegazioni sembravano spiegare troppo. Le mie teorie distorcevano la realtà. Mi sono trasformato in un artista. Vidi che oggetti semplici erano frammenti che potevano convogliare un’emozione umana complessa verso una via istantanea, immediata, indivisa che non era alla portata delle parole”.

Nei suoi lavori usa materiali comuni (legno, ferro, pietre) trovati per strada - in città, in foreste e montagne; li sceglie, li raccoglie e poi li dispone ordinatamente. Definirlo però minimalista è riduttivo: il suo lavoro infatti ha una profonda valenza emotiva rispetto alla fredda struttura del minimalismo; è una vera vocazione “al limite tra la testa e la pancia”. Nonas crea dei luoghi, dei places, come li chiama lui dove cambiano punto di vista e loro significato. Non c’è trucco né inganno: il risultato è semplice, quasi un gioco da bambini, di cui le regole e la storia, non chiare, creano confusione nell’orientamento di chi lo guarda.

 

Highlight

Nato come antropologo, sin dall’inizio ha scritto innumerevoli testi sui significati intellettuali ed emozionali della scultura e dei concetti di space e place in funzione delle varie culture. Nel 2010 realizza la mostra personale Shoots good, not straight al Musée d'Art moderne de Saint-Etienne e l’anno dopo realizza a Vière, sempre in Francia, la grande installazione Edge-Stones sulle montagne dell’Alta Provenza.

 

Web

Galleria: www.p420.it

La sua opera per do ut do

«I am no longer an anthropologist. Anthropology was my friend, my serious companion. Anthropology was what took me out of my-self, stretched me, and kept me seeing. It opened the world for me. Anthropology destroyed the certainty of my upbringing, it taught me to play with difference. Anthropology gave me the gift of sliding thought. I mean the ingrained habit of positive and powerful uncertainty that the actualities of other people’s lives forced upon me. The inescapable habit of doubt: doubt of what is most obvious, doubt of what is most pleasant, doubt of what is most useful and self-serving, doubt of what is obscure and difficult, doubt of what is painful, destructive or useless. Doubt, I mean, of everything; even of anthropology. That is the anthropology I mean. The anthropology of doubt. Anthropology gave me doubt as the definition of human life. Anthropology gave me the gift of continual doubt.

But sculpture forced me to use it. I began to make objects; objects specifically meant to be unclear, meant to be ambiguous, meant to be resistent to the limitations of language and explanation. I made my doubt into sculpture.

I physicalized doubt itself.»

(R.Nonas, from No-Water-In, P420 gallery, Bologna, 2011)

 

«Non sono più un antropologo. L'antropologia era la mia amica, la mia seria compagna. È stata l'antropologia a tirarmi fuori da me stesso, ad allargare i miei confini e a far si che continuassi a vedere. Mi ha aperto il mondo. L'antropologia ha distrutto la certezza della mia educazione, mi ha insegnato a giocare con la differenza. Dall'antropologia ho ricevuto il dono del pensiero mutevole. Mi riferisco al sentimento, forte e positivo, di incertezza che la realtà delle vite altrui  mi ha instillato, come una inveterata abitudine. L'inesorabile abitudine al dubbio: dubbio nei confronti di ciò che è più ovvio, dubbio nei confronti di ciò che è più piacevole, dubbio nei confronti di ciò che è più opportunisticamente utile, dubbio nei confronti di ciò che è oscuro e difficile, dubbio nei confronti di ciò che è doloroso, distruttivo o inutile. Mi riferisco al dubbio nei confronti di ogni cosa, persino dell'antropologia. Questa è l'antropologia cui mi riferisco. L'antropologia del dubbio. L'antropologia mi ha regalato il dubbio come definizione della vita umana.  L'antropologia mi ha fatto il dono del dubbio permanente. Ma la scultura mi ha obbligato a usarlo. Ho cominciato a fare oggetti; oggetti che dovevano deliberatamente essere confusi, che dovevano essere ambigui, che dovevano essere resistenti alle limitazioni del linguaggio  e della spiegazione. Ho trasformato il mio dubbio in scultura. Ho reso fisico il dubbio stesso.»

(R.Nonas, No-Water-In, galleria P420, Bologna, 2011)